RAÌS RAID

libyacollage3Quale decisione sarebbe mai potuta uscire dalla convention parigina riunita a discutere sulle sorti della umanità?

 

La più immediata, la più rinunciataria, la più codarda.
Un consiglio di sicurezza che ha decretato la insicurezza internazionale. Oramai da anni siamo abituati alla calcolata incapacità di valutare le crisi internazionali da parte degli organismi preposti a risolverle. Kosovo, Iraq, Afghanistan, tutta una sequela di crimini del diritto. A danno delle popolazioni, a vantaggio del profitto.

 

Nessuna persona dotata di un minimo di buon senso (ce ne sarà ancora in giro?) e di una minima conoscenza di ciò che succede appena al di fuori dei nostri cortili, ha mai ritenuto opportuno schierarsi dalla parte di un satrapo come Gheddafi. Non fosse stato sufficiente “assistere” alle celebrazioni in suo nome in occasione delle sue sobrie recenti visite in Italia, basterebbe scorrere anche velocemente il suo curriculum; dalle origini nasseriane – socialiste alla barbarie pseudo-nazionalista degli ultimi venti anni.
Come più spesso si è ricordato, la posizione geografica della Libia ha generato il mercimonio delle migrazioni su cui il Colonnello ha costruito la sua nuova immagine, così tanto gradita alla UE e agli USA. Lucrare sulle povertà della superficie per godere delle ricchezze del sottosuolo. Respingimenti, lager, torture, tutto possibile in nome del petrolio.
 

Non vorrei ricordare una tra le più grandi oscenità che mai il Novecento possa annoverare, e cioè lo stritolamento del Diritto Internazionale da parte dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese, per denunciare la inefficacia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU se non a favore dei paesi racchiusi nei vari consessi economici – finanziari.
E quindi più potenti militarmente. E quindi prontissimi al reciproco sostegno. A sostenere cioè quella fase neo-primordiale del capitalismo che ha bisogno della guerra per autoperpetuarsi, ammutolendo qualsiasi forma di civile dissenso senza neppure il rischio di fronteggiarsi con un movimento pacifista resosi innocuo da diverso tempo. Forse perché imbrigliato nei giochi di Palazzo che ha sacrificato la indignazione e la partecipazione sull’altare dell’urna elettorale. Questo però è forse un argomento che varrebbe la pena affrontare in altra sede, “armati” di lucidità ed umiltà.
 
Infatti nel “nostro”, di Palazzo, il principale partito di opposizione ha pensato bene di sostituirsi ad un balbettante governo per sguainare la sempre valida spada dell’interventismo in nome dell’umanitarismo. Che è poi quella parola svuotata di significato dagli inequivocabili eventi della Storia. Dovunque si sia invocata ed esercitata la ragione delle armi, leggasi la forza della NATO, si è creata distruzione ed instabilità. Una grande boccata di ossigeno, au contraire, per lo zoppicante sistema capitalistico mondiale. Non a caso, le cronache raccontano di una subalternità dell’Italia (ma poteva essere altrimenti per un paese impantanato tra olgettine e milleproroghe?) rispetto alla corsa all’accaparramento delle ricche risorse libiche. E delle paure della invasione migratoria.
La nostra partecipazione, limitata alla disponibilità delle basi aeree e ad un ruolo di comprimario delle maggiori potenze impegnate nelle azioni militari, è figlia di una ottusità diplomatica che ben si coniuga con la protervia occidentale. Il “baciamo le mani” al capo di stato libico nulla ha potuto contro la sete di petrolio.
L’applauso per piazza Tahrir è diventato repentinamente rombo di cannoni per Tripoli. In Egitto e in Tunisia non scorre l’oro nero, lì c’è stata davvero una sollevazione per la democrazia e per i diritti.
Gli aerei che da ieri sorvolano i cieli nordafricani sono drammaticamente rappresentativi di quanto succede a terra; si decide sopra le nostre teste. Ancora una volta, ancora di più. Ed ancora di più le bombe vanno a braccetto dei taccuini. Gli scenari di guerra vengono anticipati, ed in qualche misura preparati, dalle truppe di pennivendoli che oltrepassano le zone a rischio e ci raccontano le nefandezze della fazione che più interessa. Che più stimola gli interessi.
Sulle vicende libiche non abbiamo mai voluto scegliere la parte della barricata, proprio perché fin da subito era possibile notarne la complicata peculiarità, se non per denunciare gli atti criminali di Gheddafi, ormai reiteratamente compiuti da due decenni nell’abituale silenzio della comunità internazionale. Tutto ciò avrebbe dovuto suggerire un’attività diplomatica intensa e totale, per scongiurare il precipitarsi di eventi che sembrava avessero già segnata la sorte. Gli insorti, i ribelli, i rivoluzionari o controrivoluzionari che dir si voglia, conquistavano terreno e città e (forse) la “simpatia” dei principali mezzi d’informazione e di chi ha visto in quegli avvenimenti la continuazione naturale dell’ondata di quanto successo in Egitto e in Tunisia; ben presto però, l’effetto “cambiamento” si sarebbe trasformato nello spettro della guerra civile. Dove i carrarmati governativi avrebbero ristabilito l’ordine e riportato tutto a “prima della pioggia”. Una nazione apparentemente divisa in due tra le folle acclamanti il leader ed il terrore di essere scovati dalle sue truppe in cerca dei traditori della Jamahiriya.
Dall’anticolonialismo al neocolonnellismo.
Inutile negare il fascino che agli inizi degli anni 70 poteva esercitare la “rivoluzione verde” e la sua strenua resistenza poi alle cannonate di Reagan, ma quell’avamposto laico ha stravolto le interessanti novità degli albori. Qualsiasi considerazione si voglia fare però sul processo storico – politico dell’era Gheddafi, e della deriva autocratica che porta in sé, non può giustificare in alcun modo l’aggressione a cui è sottoposto ora. Un’aggressione in pieno stile imperialista, decisa nelle corti europee con la regia statunitense.
Alla trasfigurazione del colonnello libico fa da contraltare la irresponsabile doppiezza di Obama, il quale ai buoni propositi di inizio mandato ha via via sostituito una recrudescenza della dottrina Monroe su scala mondiale che dalle parti di Washington va sempre di moda. In questo ordine mondiale governato da una scala di valori capovolta, al Presidente degli Stati Uniti è stato conferito il premio Nobel per la pace. Continua a piovere all’insù.
 
Per rimanere in tema di presidenti, nel pieno ancora delle celebrazioni del 150° anniversario della “Unità” d’Italia, stride il commento del Presidente della Repubblica che richiama l’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite sull’uso legittimo della forza per riportare la pace. Dimenticandone uno più importante; l’articolo 11 della Costituzione.
In ultima analisi, un deja vu funesto delle violazioni del Diritto Internazionale, valido o meno a seconda della voracità delle potenze di sempre.
Nonostante le difficoltà a tenere barra a dritta, in questi tempi duri di prepotenze e radiazioni, non rinunciamo a far valere la forza della ragione. Teniamo acceso il pensiero.
 
No raìs, no raid.

 

M.A.